Cosa porta un architetto e buon disegnatore ad esprimersi attraverso un’arte “primitiva” di estrema sintesi tecnica ed espressiva? Questo è il mistero affascinante dell’area ancora animale ed istintiva della mente umana, quella libera dai legacci delle convenzioni. Nei lavori di Raffaele, volendo, si possono scorgere colori e pennellate folli alla Van Gogh o ingenuità espressive alla Gaugin o inspiegabili interpretazioni della realtà alla Cezanne e poi perché no Mirò, Matisse, Modigliani …
Il percorso è probabilmente quello noto, narrato da celeberrime vicende artistiche, dove l’istinto portò Artisti Sconosciuti a staccarsi radicalmente dalle convenzioni estetiche del momento, pur ampiamente alla portata delle proprie capacità tecniche, per collocarsi fuori dal coro dove il loro genio e l’istinto animale prepotentemente li portava e li voleva. Sono storie spesso di povertà, disperazione, malattia, solitudine. Ma il fascino dell’espressione artistica è tutto qui. Il genio da sempre va cercato tra le pagine del rifiuto, dell’improponibile, dell’immorale e del ridicolo. Raffaele, fatte le dovute proporzioni, probabilmente appartiene a questa schiera, osservate i suoi lavori nel dettaglio, capirete senz’altro il “come” ma rimarrà straordinariamente senza risposta il “perché”-
ANTONIO RICCIARDI
Roma, maggio 2010
Raffaele Ripoli è un architetto, disegnatore, pittore, artista a tutto tondo, il cui talento innato per il disegno già vivo fin dai primi anni dell’ infanzia non ha mai cessato di esistere e accompagnare ogni sua esperienza di vita ed ogni viaggio, perché infondo si tratta sempre di “viaggi disegnati” per Raffaele, sin dai primi anni trascorsi a Scigliano, il borgo calabrese nella zona della Presila dov’è nato, fino alla scelta di studiare architettura a Firenze dove si è laureato e poi in seguito di viaggiare ancora verso il Nord Europa, stabilendosi per un lungo periodo in Olanda, nella città di Amsterdam, lavorando come Architetto, per poi rientrare di nuovo in Calabria dove ha continuato a fare l’Architetto ed ha aperto un Bed and Breakfast al quale si dedica tuttora con grande entusiasmo durante la stagione turistica da fiducioso promotore del “bello” della sua tanto amaramente amata regione, fino al suo attuale trasferimento nella provincia di Roma dove insegna Arte e Immagine alle scuole Medie Superiori. L’ arte è una cosa profondamente radicata nell’anima di Raffaele, la sua mano forte, definita dal segno marcato della matita, della penna, del pastello a olio fino alla texturematerica dei suoi dipinti di borghi, barche, architetture e volumi astratti fino al tema ricorrente degli ‘omini’. I suoi ritratti di un’umanità ilare, fumosa, schizzata ironica, figure ancestrali e contemporanee insieme, sono spesso ispirati dall’ Oriente o sempre comunque da fisionomie antiche forti e ricche di storia, taglienti e spigolose a testimoniare la propria inequivocabile identità e forza di carattere. Il tema ricorrente dell’arte di Raffaele è comunque sempre stato quello dell’architettura derivato dalla sua grande e antica passione. L’esaltazione dei volumi essenziali, l’archetipo della casa, la forma incontaminata, pura e primitiva, quella senza tempo, così antica e già moderna delle case rurali chiamate ‘turre’ in calabrese, che non sono altro che i nostri casali di campagna, le case coloniche della Toscana, le farmhouses o le facendas del Sud America, ovvero le uniche “grandissime” insuperabili architetture che vivono in armonia perenne e indelebile con il paesaggio naturale senza in alcun modo alterarne l’equilibrio sia nella proporzione, nella materia che nel cromatismo tutto in perfetta sintonia con il loro contesto naturale. Possiamo dire che la poesia mista alla nostalgia amara degli antichi borghi calabresi, troppo spesso maltrattati e misconosciuti, come gli stessi Borghi di Scigliano ed innumerevoli altri profondamente conosciuti, amati, disegnati, acquerellati e dipinti dall’Architetto Ripoli siano la vera fonte ispiratrice e forza propulsiva della sua arte. Da questo mondo così legato alla sua preparazione culturale ai suoi studi di architettura, alle proprie scelte di appartenenza alla scuola di pensiero del “less is more” fino all’architettura della ‘memoria’ di Aldo Rossi, suo grande maestro per il quale ha lavorato presso lo studio SDA di Amsterdam, passa all’espressione dei suoi omini pazzi fumanti, figure del nostro tempo o senza tempo? Figure Kafkiane che fumano inesorabili la follia della propria esistenza complessa, contraddittoria, ilare. Esseri umani incapaci di esprimere il proprio autentico io, le proprie vere passioni, impossibili o comunque difficilmente perseguibili per la maggior parte di noi, come l’architettura nel caso di Raffaele.
MARIA BONGI
Roma, gennaio 2011
Il tema ricorrente dell’arte di Raffaele è sempre stato quello dell’architettura derivato dalla sua grande e antica passione. L’esaltazione dei volumi essenziali, l’archetipo della casa, la forma incontaminata, pura e primitiva, quella senza tempo, così antica e già moderna delle case rurali chiamate ‘turre’ in calabrese. L’immagine rappresenta una visione essenziale dell’architettura rurale mediterranea ispirata alle case dei contadini dai muri antichi poveri e ruvidi consumati dal tempo, dall’acqua e dal sole, fiere forme sopravvissute al tempo a testimonianza indelebile e perenne della propria storia e della propria memoria. Le pennellate cariche, forti e libere non distolgono dal contorno secco e deciso delle forme rimarcate dal nero, le quali benché perfino sbilenche rimangono solidamente in piedi nella fermezza incrollabile della loro stessa essenza. La sensazione di ruvidità, e quindi di storia e di vissuto resa dalla materia pittorica e dal cromatismo indefinito, dal bianco che si altera verso le tonalità della sabbia fino al rosa culminante nel rosso forte dei tetti, esalta quel modulo dell’arcaismo per eccellenza, quello del primo disegno del bambino, riferito alla dimora, al nido, alla casa, usando il suo stesso linguaggio essenziale e universale. I volumi delle case sono come sospesi in una dimensione surreale e silenziosa, come in un sogno metafisico di forme solide antiche che confortano l’anima per la loro forza e solida certezza, indelebili e rassicuranti nella nostra memoria. L’artista trasferisce questo sogno in un contesto solitario e vuoto sospendendolo in una contemplazione astratta, offrendoci una visione scarna ed essenziale spogliata da qualsiasi cenno naturalistico affermando che nulla è più astratto del reale.
MARIA BONGI
Roma, maggio 2011
Mostra ARCHITETTURE DIPINTE. La pittura di Ripoli è inscindibile dalla forma, dal volume, dalla struttura fisica delle cose. I soggetti hanno tutti una genesi comune fondata sulla memoria intesa come presenza continua che perdura nel presente con le stesse geometrie, volumi e armonie perpetue e durature delle architetture essenziali antiche e indelebili del mondo rurale e dei borghi. La vocazione del pittore verso quella solidità, intesa metaforicamente come autenticità, da tutelare e preservare tramite una rappresentazione forte e determinata dal segno deciso e dalla consistenza materica. Le sue sono forze primarie che si impongono fiere e resistenti, sopravvissute e rese perfino più belle dal segno del tempo che ha lasciato le crepe, le storture, le gobbe, le asimmetrie , le alterazioni cromatiche degli intonaci screpolati dal sole, dall’acqua, dal vento e dal tempo che passa inesorabile. Il disegno di contesti originari arcaici e primari è una scelta che parte dall’antico amore e studio approfondito dell’architettura, tematica costante nella sua pittura, ed è proprio dall’essenza strutturale dell’architettura che parte Raffaele per ritrovare ciò che è fermo da anni, ciò che resterà indelebile nel tempo. E qui è d’obbligo citare l’architetto filosofo Aldo Rossi, per il quale, tra l’altro Raffaele ha avuto l’onore di lavorare nel suo periodo di permanenza nella città di Amsterdam, presso lo SDA, “l’architettura è la scena fissa delle vicende dell’uomo, carica di sentimenti, di generazioni, di eventi pubblici , tragedie private, di fatti nuovi e antichi”. Le architetture dipinte di Ripoli partono dal confronto con episodi, racconti, vecchie storie, riti popolari, danze e topos concreti sempre identificabili nei suoi luoghi e nel suo vissuto per aprirsi e ampliare i confini verso il grande disegno, quello trasversale e universale, lontano dalla rappresentazione meramente letterale o minuziosamente legata al particolare. La rappresentazione dei filosofi del catoio scaturisce da racconti popolari che si perpetuano da tempi immemori; riti arcaici di convivio vissuti nei bassi, nelle cantine, luoghi terreni di bevitori di vino e decantatori di pensiero, filosofi,appunto, riuniti intorno al tavolo nel loro spazio ideale, raccolto e spartano, nel’ ventre della vacca’, come direbbe Raffaele, luogo di massima ispirazione, essenziale e familiare, mura spesse e antiche che garantiscono in maniera naturale il fresco d’estate e il caldo d’inverno con le travi a vista del soffitto e la porticina conventuale dove nulla disturba, prima di consumare e di lasciarsi andare agli eccessi del banchetto a base di maiale, frittole, salsicce, soppressate, e salami vari. Il momento dell’attesa è quello scelto dal pittore in cui gli uomini ragionano, girano intorno al tavolo come nel pensiero e discutono in attesa dell’arrivo del vino e del maiale ammazzato di buon auspicio per tutto l’inverno e l’anno che verrà, tutto questo celebrato in modo quasi biblico tra soli uomini commensali e attori del vecchio rituale in attesa delle donne e della festa proprio nel catoio ( termine di derivazione greca: katågeion (sotterraneo) ‘catoio’ in calabrese è rimasto il termine comune per indicare un locale al pianoterra o seminterrato) la nostra cantina o il ‘basso’ di Napoli per intenderci. La Calabria, terra aspra e bellissima, martoriata e vilipesa, ma che paradossalmente rappresenta tutto il Sud del mondo, il cui popolo è destinato a combattere o a fuggire per poi tornare di nuovo a goderne la bellezza. Regione che riprende colore e vita nel suo periodo di massimo splendore, l’estate, momento catartico in cui il sole e il mare vincono sulle paure ataviche, sugli spettri del male, quando si aprono le danze o si celebrano le sagre e le processioni religiose fino alla festa del maiale dando spazio a ritualità antiche senza tempo. Questi sono i momenti magici vissuti appassionatamente e orgogliosamente da Raffaele riportati nelle sue ultime opere: , ‘la Tarantella dei Carcerati’, ‘Kaulonia’, ‘la Processione’, ‘I filosofi del catoio’ e ‘Lo zampognaro’. Le tavole e le tele dipinte di Raffaele sono in qualche modo «metafore di eternità» dove la minuzia o la descrizione vernacolare sono assenti per elaborare una sorta di realismo astratto e minimale accantonando il connotato specifico per librarsi verso il trasversale, l’universale. Questo slancio si associa all’ impulso (in qualche modo radicato nella ricca esperienza disegnativa dell’Architetto ) di iscrivere il visibile dentro una griglia fatta di geometrie rigorose. La natura viene ricostruita attraverso un processo di liberazione e di scarnificazione del superfluo. Possiamo affermare che la fantasia del pittore Raffaele altro non è che memoria dilatata e ricomposta dall’architetto Ripoli.
MARIA BONGI
Roma, marzo 2014
Ho colto nelle tue tele tratti essenziali ma significativi di paesaggi e personaggi della nostra terra esposti nella loro semplicità e solarità (i colori chiari e ben definiti) nell’intento di formare nel tempo anche tradizioni e aspetti culturali. Ci vorrebbe un salto di qualità di persone e amministratori volto alla consapevolezza e all’adeguamento nei modi e nei tempi per custodire, fare apprezzare, divulgare ciò che abbiamo che costituisce punto di forza della nostra eventuale evoluzione civica e sociale oltre che economica.
DOLORES ARCURI
Roma, marzo 2014
L’arte, nelle sue molteplici espressioni, quest’ inafferrabile bellezza, tale per essere sempre nuova e continuamente occupata a trasportare da incanto a incanto, alita in Raffaele Ripoli. La sua arte è simile a gabbiani, che aleggiano silenziosi, maestosi e pronti a cogliere l’attimo per tuffarsi nella profondità del mistero-bellezza. Chi, come il Ripoli, ottempera a un atto creativo con le proprie opere esce dagli asfittici confini del proprio individualismo e si propone diffusore dell’incanto ricevuto, coevo alla Creazione per quel Soffio divino. Solo così ha senso prodursi in veste di Artista. Afferma Kahil Gibran, in “Lettere d’amore del profeta”: «Quando si riesce a esternare ciò che si ha nell’interno, com’è riuscito Raffaele Ripoli, si vive in stato di una costante rinascita». E Ripoli è il pittore in “costante rinascita”, che si storicizza attraverso la sua produzione artistica e contribuisce, a sua volta, a far “rinascere” i fruitori della sua arte pittorica col colorare di bianco i grigi, frettolosi cammini. Lo si può considerare pittore-poeta, perché capace d’infondere l’armonia, che straccia i sipari del cuore e li apre alla contemplazione del bello. Il nostro moderno vivere, caratterizzato da un modus vivendi familiare e sociale individuale, in cui domina la fretta, non lascia momenti di pause rigeneratrici, motivati da durevoli scambi affettivi. L’uomo moderno ha, sì, conquistato i grandi spazi, con centri commerciali super efficienti, ma rimane solo in fila in compagnia del carrello. La memoria del paese, vissuta nella semplicità del vivere, ma ricca di condivisione umana e spirituale, raffigurata sapientemente e artisticamente da Raffaele Ripoli, non si propone come retrospettiva scenica da degustare. Il suo intendimento, e di questo si ringrazia l’Artista Ripoli, è d’indicare, contemplando la sua Arte, la riproposizione di un mondo unito dalla coesistenza pacifica, tanto da saper riconoscere i volti di ognuno come persone e non come individui. Le sue illustrazioni di case affiancate, come unite in un abbraccio protettivo, colgono la dimensione vitale della società. La vicinanza-conoscenza di un’umanità, racchiusa in tali abitazioni, rende il vivere umanizzante. Ecco il fine che il nostro Artista vuole donare, in contrasto con le moderne abitazioni. Le attuali dimore, sebbene più funzionali e confortevoli, non invitano alla vicinanza-conoscenza delle persone, che, pur vicine, si sentono lontane, perché serrate nel ristretto del proprio ambito abitativo. La possibilità di uscire dall’isolamento esistenziale, per vivere la storicità di un umanesimo ambientale con chi ci sta accanto, avviene attraverso la contemplazione dei quadri artistici-didascalici del Ripoli. I colori, inoltre, come per le case, i paesaggi e i personaggi, sono racchiusi nel tempio spirituale del nostro artista, il suo paese natale, Scigliano in provincia di Cosenza, che si china a baciare, colmo di gratitudine, la bellezza scenografica della sottostante Valle del Savuto, accarezzata dagli effluvi marini, generosamente inviati dal mar Tirreno. Le visioni cromatiche di tali incantevoli luoghi: il verde del fogliame, il bianco screpolato di storia delle case, il celeste del cielo, in costante competizione per luminosità con l’azzurro del Tirreno, il rosso delle arance e il giallo dei limoni, con i loro profumi, gli accesi tramonti, il nero dei costumi delle nostre donne: moglie, madri, sorelle, custodi, queste, di umori sofferti, di fatiche, portate con dignità sublimata, irrompano prepotentemente nell’animo del nostro Artista. Interiorizzati religiosamente nei vari mutamenti antropologici, il Ripoli li esterna in arte pittorica. Il ritornare con la memoria-pittorica a quest’universo di vita, ritmato da pacati, ma fattivi moduli operativi, è per il Ripoli un pellegrinaggio interiore per ravvivare la propria identità pulsante di figlio di Calabria e trasmetterla a quanti sono davanti ad ammirare la sua arte. Una terra, la nostra, che lotta continuamente per difendere il proprio, storico, tracciato di vita dagli assalti di una globalizzazione, tesa a imporre culture avulse dal nastro. Le opere, quindi, di Raffaele Ripoli si pongono come tonico spirituale, canto, per ritrovare la nostra, tipica ed essenziale condizione esistenziale, pregna di sapori, di voci, di usi, di costumi, di colori, capace di fugare uno scientismo dilagante, che priva l’uomo della sacralità. Grazie al nostro Artista per il suo intento di prodigarsi con le proprie opere, che, superando il meritato, accertato valore artistico, offrano generosi strumenti educativi.
ELIO CORTESE
Crotone, febbraio 2020
La “fatica” pittorica di Raffaele Ripoli ferma sulla tela scorci di borghi antichi, albe e tramonti, momenti di vita paesana, “turre” solitarie, figure accennate di uomini e donne che si muovono, nella loro staticità, in una atmosfera quasi surreale. Al fruitore, dagli occhi distratti e dallo sguardo fugace, può sembrare che il pittore abbia un eccesso di cura dei volumi, nelle sue geometrie precise e armonicamente contestualizzate, ed è vero! Tale preoccupazione, però, non si materializza in un freddo virtuosismo fine a se stesso, perché l’uso caleidoscopico di coloro caldi, a volte abbaglianti, conferiscono alle tele un’atmosfera mediterranea da cui promana una vitalità sussurrata, pur nell’apparente silenzio inanimato. Ma ciò è dato scoprirlo solo a quanti sono capaci di compiere viaggi della mente. Ed è proprio in viaggio nella memoria che l’opera di Raffaele Ripoli conduce e guida chi la guarda con occhi incantati e, forse, anche un po’ malinconici. E’ nel viaggio il paesaggio, i vicoli, i volti appena accennati, apparentemente inespressivi e privi di aneliti comunicativi, che parlano, sussurrando la fatica del vivere e mostrano la tensione liberatoria nelle note di strumenti antichi, che affondano le radici in un folclore esorcizzante, lontano e pur attuale. Le tele di Raffaele trovano una possibile chiave di lettura nella sua esperienza di vita e professionale. Egli si è formato a studi prettamente tecnici: è laureato, infatti, in architettura, e da ciò la cura dei volumi. Dopo lunghe esperienze di studio e lavorative in Olanda, il nostro Autore è ritornato a vivere nella terra di origine: un borgo antico, benedetto dal cielo per la sua posizione prospiciente il golfo di Lamezia, da cui si possono godere albe e tramonti che trasportano in una dimensione mistica e contemplativa; un borgo che lui ama come figlio riconoscente, e da cui trae l’assolata dolcezza, l’abbagliante luminosità e il cobalto intenso dei colori, che danno un’anima alla sua pittura.
EZIO ARCURI
Cosenza, febbraio 2020
Nei tuoi dipinti di paesaggi vi ho scorto echi del Kandinsky figurativo fino all’ultimo “Murnau – Landschaft mit grünem Haus” che lo ha proiettato verso l’astrattismo, qualcosa di Franz Marc nel colore come pure suggestioni di Van Gogh che chiunque visiti il Van Gogh Museum di Amsterdam si porta dietro come imprinting ispirazionale e mi par di capire che con Amsterdam hai avuto una certa frequentazione. Il giallo e blu di Rothko sono reinterpretati in chiave calabra, fusi nella luce della tua terra, e in certa luce viva che taglia gli spigoli ci ho visto pure Hopper. Nei tuoi quadri c’è l’anima vibrante di luce, l’odore della salsedine, c’è l’abbacinazione del sole del sud contro le case. Io ci vedo i paesaggi di Guttuso che sono forse anch’essi impastati di quegli stessi colori. Del resto il soggetto è lo stesso: il nostro Sud, meraviglioso e maledetto per l’invidia degli dei e la meschinità degli uomini. In certe rigorose geometrie si rivela l’architetto e il suo legame con Firenze che non emerge solo dagli scorci del Duomo ma anche dal modo in cui vengono descritti i paesaggi urbani e non. Gli acquerelli hanno qualcosa che ricorda Cezanne, sono poetici come solo gli acquerelli possono essere. Le mie sono solo impressioni a caldo, una sorta di emotional flow di chi nella sua totale “ignoranza” dell’autore, del suo percorso della sua vita e delle sue “fonti” d’ispirazione, attinge al suo personale vissuto di osservatore, reinterpretandolo a modo suo, senza alcun rigore filologico. Ma non è forse anche questa la magia dell’Arte? Entrare nell’opera con le nostre scarpe…rischiando ovviamente di infangarla! Sui personaggi devo ancora capire … mi è venuto alla mente Otto Grosz ma in alcuni casi c’è qualche tratto (e colore) che mi ricorda qualche lavoro di Luzzati e qualcosa delle stilizzazioni dei grandi Maestri come Matisse e lo stesso Picasso.
PAOLA ACETO
Pescara, febbraio 2020
Conosco Raffaele Ripoli da quando eravamo bambini. L’ ho sempre reputato un tipo eccentrico, singolare, pieno di vita. Una persona estrosa che si distingue per iniziativa e originalità. Non mi ha dunque stupito che al suo mestiere di architetto – svolto a lungo anche ad Amsterdam – abbia affiancato da tempo una ricerca artistica che, iniziando con il disegno, si è fatta sempre più complessa e lo ha portato nel tempo ad una produzione più serrata, anche e soprattutto pittorica. Negli ultimi anni il Leitmotiv della sua indagine è la sua terra d’origine: la Calabria, con le sue asprezze, le sue luci, i suoi colori. Che siano architetture o figure si tratta di opere forti, dall’impatto deciso, che sanno cogliere la vera sostanza più che la forma reale di ciò che rappresentano. Scorci di paese con figure di popolani, ma più spesso solitari e muti; case arroccate. Elementi volutamente noncuranti di regole prospettiche poiché non è la ricerca di un vero realistico che lo interessa, è la sua essenza, il messaggio insito dietro l’apparenza. I luoghi sono resi riconoscibili da una sorta di meta- linguaggio, fatto di linee, densi strati di colore, abili incastri architettonici che ci mostrano una terra vera, audace, sincera. Ripoli è alla ricerca di siti eterni, sopravvissuti al tempo e mai trasformati. Rappresenta una realtà che ben conosce, che ama e che fa parte di sé. Esemplificativa in questo senso è l’immagine della Turra – casolare di campagna delle terre calabresi – che ricorre in tante sue opere dove la vediamo ergersi solitaria e orgogliosa, consapevole del suo ruolo di protagonista. E poi, le vedute di Scigliano, il paese vicino Cosenza del quale è originario, con le stradine tanto caratteristiche, le salite ripide, gli agglomerati di case, gli scorci, le chiese; qualche veduta della vicina costa. Tutte opere che rivelano un denominatore comune: il forte senso di appartenenza a quella terra e il desiderio di tradurre in arte i suoi aspetti più intrinsechi. Anche nella figura è costantemente alla ricerca dell’archetipo. Non persone ma personaggi, caratterizzati da una resa di matrice espressionista condotta fin quasi all’esasperazione e pervasa da una piacevole, sottile, vena umoristica: Il pianista, l’ebreo, il politico, il prete comunista, i massoni, ma anche il lombardo, l’irpino, l’omino di valle. Non c’è ricerca fisiognomica in questi soggetti. Sono figure riconoscibili da un’iconografia molto stringente, da un linguaggio simbolico fatto di segni e colori. Le forme nette e sgargianti di queste figure quasi ritagliate sullo sfondo, a dispetto della serietà del tema, diventano anche pretesto per una composizione gioiosa e fortemente decorativa. Diverso è il caso dei ritratti, come quello della madre, splendida donna del sud che ebbi il piacere di conoscere. In quest’opera, come nel suo autoritratto Ripoli ricerca la somiglianza e lo fa esaltando i particolari più evidenti del volto, come il suo stesso sguardo, attento e indagatore. La sua produzione è coraggiosa, incessante, in continua evoluzione. Tuttavia, pur con i normali passaggi e cambiamenti, mantiene sempre la sua schiettezza, quel modo diretto e sincero di aprirsi al mondo, avviata com’è su una strada sicura e solida che desterà ancora molte sorprese.
CINZIA VIRNO
Roma, marzo 2020
Opere sintetiche o grottesche. Raffaele riesce, nonostante l’apparente freddezza di solide geometrie e di prospettive improbabili di linee divergenti, nel comunicare tutta la luce, il sole e il calore immobile delle controre della sua terra, figlia del sole e del silenzio. Senza umanità perché, chi la conosce quella terra, sa che nelle ore raccontate da Raffaele la gente si nasconde perché fuori regna la luce e il calore e il tempo inciampa. In queste composizioni artistiche essenziali tutto si percepisce come fossero cesti di vita. Poi c’è l’umanità, opere dai tratti grotteschi frammentate in particolari che affollano le figure e ne delineano i caratteri. Sono due i mondi di Raffaele quello immoto ed eterno e l’altro caduco e in divenire. La tecnica pittorica rimane quella che lo contraddistingue da sempre. Essenziale e scarna anche se nel percorso ha acquisito raffinatezza e nitore. Opere di spessore perché da sempre fuori dagli schemi e proprie di Raffaele che hanno sì perso l’originaria ingenuità ma ne hanno conservato l’onestà e la sintesi esaustiva e potente della narrazione del mondo marinaro e contadino della sua terra.
ANTONIO RICCIARDI
Roma, aprile 2020
Ho dato un’occhiata al suo sito ed alle sue opere. Non sono la persona più adatta per criticare le sue opere, per noi operano critici d’arte con esperienza ultracinquantennale. Tuttavia, l’elenco in ordine cronologico inverso delle opere mette chiaramente in evidenza una crescita artistica di un certo spessore.
NINO ARGENTATI
Caltanissetta, gennaio 2021
Ho avuto modo di visionare le sue opere e sono davvero particolari. Trovo interessanti in modo peculiare le opere della categoria: Paesaggi (disegni e dipinti) – Nature Morte (disegni) – Nudi Femminili (dipinti).
MARCELLA MONDO
Caltanissetta, gennaio 2021
Che dire della pittura di Raffaele Ripoli? Ci conosciamo da 20 anni con frequentazioni forzatamente a singhiozzo in quanto lui tornato alla propria terra calabrese e li ben incardinato ed inserito. Ma le sue qualità espressive che manifesta nei suoi disegni e dipinti sono virtù che ho scoperto dopo averlo conosciuto di persona e frequentato anche nel suo habitat originario, la terra calabrese. Le sue opere confermano il legame viscerale e profondo con la Calabria. Dalle sue opere, la cui produzione è continua e regolare in modo impressionante, emerge l’essenza della Calabria. I luoghi vengono mostrati nella loro sintesi visiva dando prevalenza alle forme, ai muri, alle facciate, oppure alle prospettive asciutte delle vie dove la presenza umana è sempre eventuale e quasi mai comunque percepita o evidente. Nelle sue rappresentazioni sono protagonisti le opere dell’uomo, le case, le chiese, anche le barche. L’uomo è visto quasi sempre a parte, in particolare nei ritratti, con un’ironia quasi sarcastica, dietro la quale si intravede però un’affetto profondo per i tanti personaggi che, si capisce, sono il frutto e la conseguenza dell’ambiente dal quale emergono. Un altro elemento dominante è il colore quasi sempre netto e deciso senza sfumature. Sfogliare l’album di queste opere è davvero come fare un viaggio in questa terra per noi forse per molti aspetti incomprensibile e però misteriosa ed affascinante.
FRANCO GARUTI
Firenze, marzo 2021
Raffaele ho visto il tuo sito e ho visto la tua produzione artistica che ho avuto il piacere di poter ammirare per la prima volta nella sua interezza e complessità. Io non sono un intenditore d’arte però le cose che hai prodotto sono certamente originali, molto belle e per certo aspetti anche un po’ naif! Da molte tele traspare chiaramente il tuo amore per Scigliano in particolare per il borgo Diano che dipingi in tutti i modi e da tutte le angolature e prospettive possibili. Molto meritevole da parte tua è l’aver messo l’accento sul piano figurativo sulle famose Turre che hanno popolato per secoli le campagne del territorio sciglianese. Mi sembra di aver colto, infine, un tua particolare predilezione per il lato “b” femminile !
ANTONIO PETTINATO
Verona, aprile 2021
Opera di notevole patos. La scena descritta è essenziale e proprio per questo efficace nel produrre un varco spazio-temporale, di valore metafisico e nostalgico all’unisono. Anche il quasi monocromo utilizzato e le geometrie rafforzano una voluta sintesi del gesto pittorico che colpisce per la capacità di veder oltre il banale per innestare nel ricordo del luogo l’intensità di un verso dolcemente poetico.
BULFARTE commento sul dipinto TURRA CON CIBBIA
Caltanissetta, aprile 2021
Opera intensa, essenziale e fortemente materica. Un luogo riletto nel cuore dell’artista, più che visto, sentito. Ci si trova la pace dell’animo che riceve calore da una narrazione pittorica che riesce pienamente ad esprimere appartenenza emotiva con dolcezza, tanto da poter incantare lo sguardo dell’osservatore.
BULFARTE commento sul dipinto TRAMONTO MEDITERRANEO
Caltanissetta, aprile 2021
I tuoi dipinti di paesaggi luoghi e atmosfere mi sono molto graditi perché richiamano periodi della pittura che esaltano linee e prospettive minimali ma cariche di suggestioni e significati in cui il colore è protagonista di dolci e penetranti sensazioni. Già ti avevo espresso la mia propensione per questi tuoi prodotti pittorici. Il periodo primaverile dovrebbe essere motivo di ulteriore ispirazione date le bellezze dei nostri posti e garantire nuove produzioni. Resta inteso che tu ci regali queste emozioni e bisogna dartene atto. Col tuo lavoro gratifichi te stesso e chi può godere di ciò che dai. Sei un artista senza se e senza ma schivo e sempre sensibile.
DOLORES ARCURI
Roma, maggio 2021
La tua pennellata mi ricorda nei paesaggi quella di Renato Guttuso. I colori e i flussi ampi invece mi sanno di Mark Rothko. Hai comunque uno stile tuo. Riconoscibile. E si comprende la tua voglia di comunicare, incidere. I disegni mi colpiscono. Mi piace il tuo tratto naif come le tue visioni oniriche. Complimenti Raffaele
GREGORIO PROCOPIO
Catanzaro, settembre 2022
Di certo scrivere dell’Arte di ogni Artista è cosa impegnativa ed ardua, semplicemente perché in qualsiasi caso si rischia di essere riduttivi. Ma in questo caso specifico diventa più equilibrato il rapporto opera/scritto, semplicemente perché l’Arte pittorica e segnica del bravo Ripoli fondamentalmente risulta facente parte di quello stile che definirei essenziale o per usare un termine più bohemien “essenzialista”. Tant’è che una volta osservati i suoi lavori, molto probabilmente lo spettatore viene colpito dai semplici meccanismi psichici dell’associazione e della proiezione e, rapidamente, viene catapultato alla propria infanzia e a quel gesto semplice, ma nello stesso tempo dinamico e pieno di valori della spontaneità di ogni bambino. Già, perché Raffaele Ripoli è, in questo caso, Artista vero, puro e sincero a tal punto che ha, in sé, il tipico coraggio leonino ( il leone è il suo segno zodiacale ) di colui che vuole rappresentare la propria visione, senza se e senza ma. Prevalentemente il suo segno è determinato, deciso e trasporta emotivamente il pubblico a quel mondo ancestrale ed arcano insito in ognuno di noi. Gli oggetti/soggetti della creatività del pittore calabrese sono impregnati in modo perseverante della sua formazione di architetto. Che siano disegni o dipinti, che siano paesaggi urbani o nudi di donna, Ripoli schematizza le forme e gli abbinamenti cromatici quasi fossero progetti. È evidente, insomma, l’uso consapevole da parte dell’Artista dell’ archetipo come strumento basilare della comunicazione visiva. La parola archetipo, non a caso, possiede la stessa radice della parola architettura. Ripoli mette, quindi, in risalto artistico l’essenza primordiale ed antropologica dell’essere umano con una fortissima personalità espressiva tanto da poter essere riconosciuta, una volta conosciuta, ad un rapido sguardo.
Case, antichi borghi di tipo mediterraneo, cupole, tetti, muri e, in certi casi, composizioni urbanistiche con punti di fuga apparentemente strampalati sono il motivo predominante in moltissime sue opere. Soggetti umani, omini ritratti in modo semplice, naif di visi e corporature, invece, appaiono sulla tela o sul foglio in tutta la loro franchezza e caratteristica riprodotta da Ripoli quasi con toni sarcastici e ironici. Ma il meglio, personalmente, lo si vede ammirando la serie dei nudi femminili, provocanti e sinuosi, in pieno stile ritrattistico mescolato alla fantasia creativa del Maestro. L’ opera d’arte in sé vince nella Storia con il proprio motivo d’esistere grazie all’efficacia di poter stimolare e di saper emozionare l’animo del pubblico. Raffaele Ripoli è un bravo e diretto interprete di ciò che è la sua visione fantastica e immaginifica, ed è anche importante valorizzare il suo modo acceso e potente di utilizzare il colore, altra tipicità riconoscibile al primo sguardo. I cromatismi infatti sono puliti e netti, spesso con scarsità di sfumature e incasellati in campiture ben delineate ed equilibrate. Raffaele RIPOLI è il tipico poeta pittorico mediterraneo, legato alle origini e alle tradizioni, ma slegato dalle ortodossie accademiche che lo rendono un abile, originale e libero interprete della Storia dell’Arte.
GIANMARIA D’ANDREA
Roma, febbraio 2023
Mostra FIGURE MEDITERRANEE. Un paese sghembo. A una visione d’insieme si respira area da strapaese. Sarà forse una nostalgia, o la malinconia di un Sud disabitato, quella di Raffaele Ripoli? Certo che apponendo la sua firma su ogni quadro, ne denuncia la finzione, e ci fa stare davanti all’immagine come a dirci dell’impossibile ritorno a un mondo che non è più. Eppure la sua è una convinta affermazione, perché si, quello è proprio il paese abitato dall’infanzia, che ancora lo abita, come una sorta di ossessione a cui non riesce a sottrarsi. Ma le ossessioni si sa non lasciano che le si abbandoni, siamo noi a dover fare un salto. Potremo dire “E’ proprio come nella realtà”, nell’immediata percezione dei soggetti, per lo più paesi, con le loro case, i tetti, i campanili, le cupole, e tutto ciò che ordinariamente vediamo nel nostro Sud. Eppure, se guardiamo attentamente, dei piccoli borghi sgretolati dalla furia del nostro tempo non resta che un’astratta geometria, talora vibrante nelle sue cromie, talaltra volta a incrinare ogni illusione di stabilità. Come se in queste rappresentazioni si insinuasse una increspatura del supporto, che ci fa veder come la pittura sfugga, nonostante la verosimiglianza, alla planarità della tela, al suo destino di frammento di realtà da mettere in cornice. Come se alla ripetizione dei soggetti si opponesse la affannosa ricerca di un altrove che non resti sigillato nella voce “paese”, provocandoci ad uscire dal loop di quotidiane proiezioni (su ben altri schermi) che ci lasciano senza slanci o sorprese. E allora? Siamo di nuovo di fronte al binomio finzione vs realtà, paese vs città, o si tratta di qualcos’altro? Per tentare una risposta occorre provare a immedesimarsi con lo sguardo del nostro autore. Ripoli si aggira tra i borghi della Calabria, come aveva già fatto per le strade di Amsterdam, o a Firenze e Roma in cui si respira l’arte in ogni pietra, sagrato o strada, con la mano che prende appunti in un frenetico trascrivere la tettonica in ogni forma, per offrire la più profonda comprensione del suo materiale, del suo significato, in un contatto vitale con il reale, che si fa ancora più stringente ora che la sua vita è a Sud, nel tempo (apparentemente) immobile della provincia italiana. Ora la pittura gli è ancora più necessaria per non fermarsi alla superficie della realtà cui appartiene, e sentire i luoghi attraverso linee e colori, privilegiando il paesaggio come ‘motive’ di cezanniana memoria. La sua è perciò una strana forma di anacronismo, dove anche la fedele, quanto primitiva, imitazione dell’esistente è pretesto per ricomporre un paese sghembo, dove il tempo è sospeso tra case immobili come sentinelle e ombre di una umanità silente. Finanche nei suoi cosiddetti ‘omini’, c’è posto solo per tipi umani al limite del grottesco che si accampano sul piano come maschere di un graffiante teatrino popolare, pronto a mimare un inaspettato dialogo tra commedianti. Così, nell’intervallo tra geometrizzazione ed espressione, ogni personaggio è ritagliato con bonaria ironia pur nella sua definizione sociologica (prete comunista, varviere ambulante, fascista). Ripoli rivela un interesse per la forma/colore in una incessante sperimentazione sui fondamenti specifici della pittura, componendo e scomponendo i suoi borghi tra terra, mare e cielo, saldando ogni segno alla sua vocazione simbolica. Perchè il colore è materico come l’arriccio delle pareti imbiancate a calce del nostro mediterraneo, i gialli e i rossi sono colpi di sole che a mezzogiorno rende il bianco accecante e ci fa rasentare i limiti di ogni muro. Se questo è uno spazio in cui le cose “sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto”, forse allora sarà possibile in un processo di immedesimazione dire: “sono questo cielo, questa casa, questo mare…” in una parola “sono questa terra” che mi ri-guarda.
MARIA ANGELASTRI
Bari – Matera, giugno 2023
Mostra ARCHITETTURE DIPINTE. Chi è Raffaele Ripoli ? Un viaggiatore dallo spirito apollineo capace di cogliere l’armonia razionale e solare delle architetture mediterranee e la compostezza resiliente degli antichi borghi d’Abruzzo e di Calabria, esaltandone le geometrie nella dimensione simbolica di uno spazio senza tempo, oppure un dionisiaco che scombina l’umanità in figure grottesche, quasi a volerne evidenziare la vitalità, l’ebbrezza e la pensosità patetica, per farne delle marionette sul palcoscenico tragicomico della vita? Quanto vi è in lui dell’uomo del sud, figlio di quella Calabria, culla della magna Grecia, in cui i bronzi di Riace convivono con la gente di Aspromonte di Corrado Alvaro e quanto di un fiorentino d’adozione e formazione culturale che ha solcato i canali di Amsterdam alla ricerca di una dimensione europea e di nuovi stimoli professionali? Chi è dunque Raffaele Ripoli? Forse un Ulisse che torna alla sua Itaca per fare i conti con Scilla e Cariddi, con il suo passato di architetto viaggiatore in cerca di quell’autore, cioè di quell’artista, che è sempre stato in lui e che nella nostalgia del ritorno e della fuga, ritrova infine quel tempo lento necessario ad esprimere la sua arte esposta oggi in questa mostra pescarese in una cornice d’elezione, sulla terrazza dell’amico architetto Alberto Bongi, protesa verso il mare Adriatico. In questo luogo sospeso tra terra e cielo, i colori delle tele dell’artista incontrano il vento, l’odore della salsedine, si accendono dei bagliori della luce del tramonto, ed “il palpitare lontano di scaglie di mare” ha lo stesso tremolio delle memorie conservate negli antichi borghi dipinti da Raffaele. Ogni tela richiama nel titolo il nome del borgo di cui l’artista raffigura uno scorcio, una geometria esaltata e definita dal colore. Ebbene, se non conoscessimo il nome del borgo, in ogni quadro di Raffaele potremmo idealmente camminare come in un luogo dell’anima e della memoria in cui l’unico suono è quello dei nostri passi, alla ricerca della casa che forse un tempo abbiamo abitato, quando eravamo solo dna nelle cellule dei nostri avi, perché delle città, come dei sogni, tutto l’immaginabile può essere sognato. Deposte dunque le sovrastrutture culturali, pur consapevoli dei tanti riferimenti stilistici e delle suggestioni che costituiscono il sostrato vivo da cui germoglia l’ispirazione dell’artista Raffaele Ripoli (da Aldo Rossi a Sironi e Morandi passando per Cezanne fino a Hopper e Modigliani per i nudi; Grosz e Matisse e Kirchner e Van Dongen per i suoi ritratti) incamminiamoci in questo viaggio onirico; attraversiamo i borghi di Calabria e d’Abruzzo che si stagliano contro un cielo nitido e astratto nelle sue varie tonalità d’azzurro, puro spazio geometrico mai interrotto da astri o da nubi, in una luce che taglia gli spigoli delle case e ci ipnotizza al pari del canto delle sirene, attirando inesorabile il nostro sguardo verso la tela. Su questa terrazza sia il nostro sguardo a compenetrare le geometrie di Raffaele Ripoli sospese fra mare, cielo e terra, sia la nostra memoria ad abitare le sue architetture dipinte e a risvegliare la vita nascosta nelle pietre, nei muri e nei tetti.
PAOLA ACETO
Pescara, luglio 2025
Mostra MEDITERRANEO Essenziale Minimalista Silente. Mediterraneo, che non è solo il mare riflesso negli occhi e nella mente di Ripoli, uomo del Sud, viaggiatore per necessità e non solo per vocazione. Mediterraneo come luogo ideale in cui millenni di storia, di tradizioni popolari, di pensiero filosofico, di narrazioni e arte, si traducono nelle forme geometriche e nei colori dei borghi raffigurati da Ripoli. Architetture dipinte, sospese su insenature o porticcioli che possiamo immaginare di scoprire scendendo la ripida viuzza del borgo arroccato su un promontorio, dopo lo spigolo dell’ultima casa, lambita dall’azzurro variamente declinato nelle sue sfumature, a seconda dell’intensità della luce solare. Ripoli tra gli altri si ispira anche a Paul Klee, anzi ingaggia con l’archetipo ispiratore una lotta impari alla ricerca della sua cifra originale, del colore suo proprio, della sua voce interiore da trasferire sulla tela. E questa originalità la esprime nelle sue peculiari geometrie paesaggistiche, che sono reali pur se sublimate in una dimensione onirica. Il pittore architetto calabro, ma fiorentino e olandese per formazione professionale, impregnato di questo ispirante métissage culturale, dipinge borghi che hanno un nome, case che possono essere cercate, identificate, oggi forse abbandonate, ma comunque caratterizzate da una dimensione fisica nelle categorie spazio-tempo, che non cede mai del tutto a quella metafisica, del sogno e del simbolo, sebbene sia difficile scindere il dato esperienziale dall’anelito nostalgico che trasfigura le forme in luce e colori vivissimi. In Ripoli il confine fra fisico e metafisico non è mai netto ed è questa finita infinitezza che cattura lo sguardo. I borghi di Raffaele Ripoli rappresentano l’idea di Mediterraneo che è in noi, la evocano, la creano e infine la dissolvono in una aura onirica essenziale, minimalista, silente. E cosa c’è di più essenziale delle forme geometriche con cui il pittore raffigura persino i corpi femminili? La carne sinuosamente si incurva con una potenza erotica che trasmuta la voce e il corpo delle Sirene di Ulisse in isola accogliente. La femminilità diviene liscia roccia, levigata dall’incessante lavorio delle onde e dei venti. Su questi scogli qualsiasi Ulisse vorrebbe ardentemente approdare, anche a rischio di schiantarsi. Essenziale è in Ripoli, l’uso sapiente ed ispirato della luce che apre al metafisico, a ciò che è oltre il tempo e lo spazio, al mondo delle idee di Platone, all’emanazione del divino, a quella scintilla di luce che gli antichi filosofi chiamavano Nous o Logos. D’altra parte, non è forse il Mediterraneo la culla delle tre grandi religioni monoteiste, Cristianesimo, Islam, Ebraismo? Non è forse presente questo afflato metafisico nel dna dell’homus meditarraneus , non ne è forse il tratto caratteristico che lo rende ascetico tanto quanto talvolta grottesco? Ripoli riesce a rappresentare in modo minimalista con pochi tratti questo Uomo del Mediterraneo. Il suo minimalismo, che nelle forme architettoniche lo avvicina al “less is more” di Mies van der Rohe si riallaccia all’Art Brut di Jean Dubuffet cui sono ispirati i suoi Omini, personaggi archetipici di cui vengono delineati, i vizi, in genere nettamente superiori alle virtù, con tratti essenziali esaltati dal colore. Ciascuno di essi, dal Varviere ambulante a Don Genu, al notaio Grattaviglia a Crozzutu fino al Prete comunista, all’Omino di Valle e ai gruppi umani come i Massoni e i Filosofi del Catoio, solo per citarne alcuni, ha una storia molto mediterranea da raccontare nel suono dei dialetti del Sud che sembra quasi materializzarsi dal colore delle sagome dipinte. E’ Ripoli stesso a dar voce ai suoi Omini: quando si lascia andare alla narrazione orale delle res gestae dei suoi personaggi è tutt’altro che essenziale e minimalista, rivelando un coinvolgimento appassionato alle vicende della sua Scigliano e ai “eroi” tragicomici che assurgono a simboli di una umanità in lotta da secoli contro una “amara Terra” e una politica che non è mai riuscita a risolvere la “questione meridionale”. Questo magma denso e intenso di colori, luce, geometrie, umanità viva e mai astratta pur se caricaturale, appare quasi in antitesi rispetto all’aggettivo silente, che inevitabilmente riporta alla mente “l’erbal fiume silente” del tratturo dei pastori dannunziani. Mi piace pensare che silente sia il suono ininterrotto e ipnotico delle onde lontane del nostro grande Mare e della moltitudine di voci umane e divine che da millenni vi risuonano; che silente sia la dimensione sospesa e meditativa in cui l’anima mediterranea cerca sé stessa, la sua essenza, la sua religiosità e la sua pace, vagando per le geometrie dei borghi di Ripoli nella luce accecante del Meriggio. Nell’eco di questo silenzio senza tempo, ogni singola parete di ogni singola casa, ogni rettangolo di mare e di cielo blu di Klein, assurge al mistero di icona sacra degna di Malevic, guidandoci verso una dimensione trascendente cui anche il “Varviere ambulante” inconsapevolmente aspira.
PAOLA ACETO
Pescara, dicembre 2025